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Dall’insegnare al far apprendere

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Simone Di Tommaso

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Insegnare o creare ambienti di apprendimento?

Ogni allenatore, prima o poi, dovrebbe trovare il coraggio di rispondere a una domanda tanto semplice quanto scomoda: il mio compito è insegnare o creare ambienti di apprendimento? Per molti anni ho creduto che le due cose coincidessero. Oggi penso che siano profondamente diverse.
Insegnare significa trasmettere contenuti. Creare ambienti significa porre le condizioni affinché qualcun altro possa costruire competenze. La differenza non è solo linguistica. È metodologica. Ma, soprattutto, è culturale.
Negli ultimi anni modelli come l'Ecologico Dinamico e il Constraint-Led Approach (CLA) hanno contribuito a cambiare il nostro modo di osservare l'apprendimento, soprattutto negli sport di squadra. Il focus si è progressivamente spostato dal gesto all'interazione, dalla ripetizione all'adattamento, dalla soluzione ideale a quella più efficace e sostenibile.
Non credo che questo significhi abbandonare la tecnica. Significa restituirle il suo significato più profondo. La tecnica non è il traguardo dell'allenamento. È uno strumento che permette al giocatore di realizzare un'intenzione. Proprio questa parola, intenzione, è al centro di ogni mio allenamento. Ogni gesto tecnico dovrebbe rispondere a una domanda: che cosa sto cercando di ottenere? Prima del "come" esiste sempre un "perché". Se un giocatore esegue perfettamente un gesto ma non comprende il perché, quando e in quale relazione utilizzarlo, possiederà una tecnica raffinata ma una competenza fragile.
Per questo considero il gioco il centro dell'allenamento. Non perché sia una scelta più moderna. Non perché sia più divertente. Semplicemente perché è il luogo nel quale il gioco stesso insegna e l'atleta impara.
Nel gioco ogni azione obbliga l'atleta a percepire informazioni, interpretare relazioni, prendere decisioni e adattare continuamente il proprio comportamento. È lì che la tecnica acquista valore. È lì che l'apprendimento diventa reale.



Persone, emozioni e relazioni

E se parliamo di apprendimento dobbiamo far entrare in gioco le emozioni. Troppo spesso continuiamo a considerarle una conseguenza dell'allenamento. Io credo che siano una delle sue cause. Si impara meglio quando si è coinvolti. Quando si prova curiosità. Quando si fallisce. Quando si scopre qualcosa. Quando un problema costringe a cercare una strada nuova. Le emozioni orientano l'attenzione, consolidano la memoria e alimentano quella disponibilità al cambiamento senza la quale nessun apprendimento può diventare stabile. Allenare significa anche questo: costruire esperienze che lascino tracce.

Ma tutto questo sarebbe impossibile se dimenticassimo un principio che considero fondamentale. Prima alleniamo persone. Poi alleniamo atleti. Le competenze tecniche, fisiche e tattiche si sviluppano dentro una persona, non accanto ad essa. Autonomia, responsabilità, fiducia, gestione dell'errore e disponibilità a mettersi continuamente in discussione non sono effetti collaterali della prestazione. Sono le sue fondamenta.

Lo stesso vale per lo staff. Prima delle competenze vengono le relazioni. Prima dei ruoli viene la fiducia. Uno staff non cresce per ordine gerarchico o perché tutti la pensano allo stesso modo. Cresce quando persone competenti hanno la libertà di confrontarsi e di costruire insieme una visione comune.



Costruire ambienti, non esercizi

Alla fine, credo che tutto il nostro lavoro possa essere sintetizzato in una definizione. L'allenatore non costruisce esercizi. Costruisce ambienti. Ambienti nei quali sia possibile apprendere e performare. Le due cose non sono alternative. Sono inseparabili.

Perché una performance senza apprendimento è destinata a esaurirsi. E un apprendimento che non cerca la performance rischia di perdere significato.

In questa prospettiva di lavoro mi accompagna spesso una frase di Massimiliano Bellarte, contenuta nel libro "L'allenatore e il senso del gioco": giocare al problema e giocare alla soluzione. Più passa il tempo, più penso che questa frase descriva il cuore del mio sistema d'allenamento.

Il gioco non è una sequenza di risposte. È una continua successione di problemi. Cambiano gli spazi. Cambiano i tempi. Cambiano gli avversari. Cambiano le relazioni. Se il nostro allenamento produce giocatori che aspettano soluzioni prestabilite e magari suggerite dall'allenatore stesso, probabilmente abbiamo costruito dipendenza. Se, invece, produce giocatori capaci di leggere il contesto, riconoscere le opportunità, adattarsi senza perdere la propria identità e trovare risposte nuove, allora abbiamo costruito competenza.

Ed è questa, forse, la responsabilità più grande dell'allenatore contemporaneo. Non insegnare il gioco. Costruire persone e squadre capaci di continuare a impararlo ogni volta che il gioco cambia senza paura di abitare quella complessità. Perché costruire identità non consiste nel ripetere sempre le stesse risposte ma nel riconoscersi anche mentre si cambia.


Dai principi alla pratica quotidiana

I principi, però, non bastano. Una filosofia di allenamento non si misura da ciò che si dichiara. Sono le scelte quotidiane di noi allenatori, nel progettare un’esercitazione, nel gestire un errore, nel dialogare con un atleta o nel confrontarsi con il proprio staff, a trasformare un’idea metodologica e dei principi in un ambiente capace di generare apprendimento e performance.

Esercitazioni con vincoli che invitano a pensare, non solo ad eseguire

Ad esempio, invece di fermare continuamente il gioco per correggere una scelta, modifico il vincolo dell'esercitazione affinché sia il gioco stesso a suggerire ai giocatori una soluzione più efficace. In questo modo non sto insegnando una risposta: sto costruendo un ambiente che rende più probabile la scoperta di quella risposta. Esempio: small side con campo più corto per invogliare l'utilizzo degli angoli più stretti in attacco, small side con campo più stretto per incentivare l'utilizzo del muro avversario in attacco, rete più alta (senza muro avversario) per lavorare la perfetta sincronia tra i timing di alzata-attacco e l'eventuale emergenza di tip e push.

Spazio all'autonomia

Non risolvo tutti i problemi. Ci sono momenti in cui interrompo volutamente meno il gioco e lascio che siano i giocatori a trovare un adattamento. Anche se la soluzione sarà imperfetta, l'apprendimento sarà molto più profondo. Esempio: in esercitazioni a giro anche a ranghi ridotti invito a cambiare spesso le squadre (coppie, terzetti, quartetti ecc) in maniera autonoma e senza interrompere l'esercitazione, accettando un pò di confusione che deve essere gestita nel mentre il gioco procede. Esempio 2: spiego dei giochi a punteggio dando solo le regole principali ma senza soffermarmi sull'organizzazione che lascio di libera interpretazione.

Partecipazione attiva dello Staff

Se voglio creare un ambiente di apprendimento, questo deve valere anche per i collaboratori. Durante la settimana organizzo momenti di confronto in cui preparatore atletico, assistenti e scoutman possano presentare il loro lavoro, proporre idee, mettere in discussione le mie e contribuire alla costruzione dell'allenamento. Uno staff che apprende genera una squadra che apprende. Esempio: il martedì mattina il preparatore espone il lavoro che svolgerà durante la settimana con eventuali lavori mirati per casi specifici e il mercoledì lo scoutman e l'assistente presentano la squadra avversaria che andremo ad affrontare.

Sicurezza psicologica

I giocatori devono poter esprimere un dubbio senza paura di sembrare deboli. Devono poter proporre una soluzione diversa. Devono poter sbagliare senza avere la sensazione che ogni errore metta in discussione il loro valore. Devono poter decidere il tema di alcuni slot di allenamento "individuale". Questo non significa abbassare il livello di richiesta. Significa creare un ambiente nel quale le persone abbiano il coraggio di esprimersi e rischiare.
Esempio: l'allenamento del mattina inserito spesso prima o dopo la seduta pesi lascio che sia l'atleta a prenotarlo e ad indicare cosa vuole allenare.
Esempio 2: tendo spesso e volentieri ad interpellare durante le sedute video i giocatori che hanno avuto esperienze dirette da avversari o compagni di alcuni giocatori che andremo a studiare.


Un percorso, non un modello rigido

In fondo, il mio lavoro di allenatore non è altro che il tentativo quotidiano di trasformare in pratica i principi metodologici del metodo ecologico-dinamico e del Constraint-Led Approach, adattandoli alle caratteristiche dei giocatori, al livello della squadra e alle esigenze del contesto competitivo in cui siamo chiamati a performare. Non si tratta di applicare modelli in modo rigido, ma di renderli vivi e coerenti con la realtà che ogni giorno si presenta in palestra. In questo percorso, la sfida più importante rimane quella di creare le condizioni perché ogni giocatore possa continuare a imparare, crescere ed esprimere il proprio potenziale, senza perdere di vista le esigenze di prestazione che il nostro sport inevitabilmente richiede.