·
10 min read
Tendinopatia Rotulea nel Volley (Jumper’s Knee): Epidemiologia, Valutazione Clinica e Linee Guida Evidence-Based per il Trattamento Riabilitativo

Pascal Laricchiuta

La tendinopatia rotulea (PT) è una condizione caratterizzata da dolore anteriore al ginocchio e da una disfunzione progressiva del tendine rotuleo, in cui l’elemento predominante non è l’infiammazione, bensì la degenerazione tendinea, con disorganizzazione delle fibre di collagene e alterazioni della matrice extracellulare. È particolarmente diffusa negli sport che prevedono cicli ripetuti di immagazzinamento e rilascio dell’energia elastica, come i salti, e nella pallavolo rappresenta l’infortunio al ginocchio più comune. Negli atleti d’élite la prevalenza è risultata essere oltre tre volte superiore rispetto ai sub-élite, come riportato da Janssen e colleghi (2014), principalmente a causa dell’elevato volume di allenamento, del numero maggiore di salti eseguiti e delle intensità richieste durante le fasi di muro, attacco e atterraggio.
Fattori di Rischio e fisiopatologia
La letteratura ha inoltre evidenziato diversi fattori di rischio specificamente associati alla tendinopatia rotulea. Tra i più rilevanti troviamo l’eccessiva tensione del quadricipite e dei muscoli posteriori della coscia, la ridotta dorsiflessione della caviglia, l’iperpronazione del piede, la scarsa coordinazione neuromuscolare, il sovrappeso, l’eterometria degli arti inferiori, l’aumento della frequenza e dell’intensità dell’allenamento (soprattutto dei salti) e un elevato volume di attività fisica. Questi fattori, ampiamente descritti nella revisione sistematica di Van der Worp et al. (2011), contribuiscono all’aumento del carico sul tendine e ne riducono la capacità di adattamento, favorendo l’insorgenza della patologia.
Dal punto di vista sintomatologico, il dolore è tipicamente localizzato all’apice inferiore della rotula e aumenta con il carico, in particolare durante le attività che richiedono il ciclo allungamento-accorciamento come il salto e l’atterraggio. Nei casi avanzati possono essere presenti ispessimento tendineo, aree ipoecogene, calcificazioni e cambiamenti strutturali visibili tramite imaging; tuttavia, la correlazione con la clinica è scarsa, e la diagnosi rimane principalmente clinica, basata sulla localizzazione del dolore e sulla sua riproduzione tramite test funzionali (Figueroa, 2016).
Valutazione Clinica
La valutazione clinica prevede diversi test specifici. Uno dei principali è il Single-Leg Decline Squat (SLD squat), eseguito su tavoletta inclinata a 25°, considerato un test sensibile e riproducibile per evocare il dolore tipico della tendinopatia rotulea. Al termine del test il paziente quantifica il dolore attraverso la NPRS (Numeric Pain Rating Scale), attribuendo un valore da 0 a 10.
Subito dopo la valutazione del dolore tramite NPRS, l’intensità del sintomo viene interpretata secondo il Pain Monitoring Model, descritto da Silbernagel et al. (2007). Questo modello suddivide la percezione del dolore in tre aree del dolore 0–3/10, considerato dolore sicuro e tollerabile; 4–5/10, zona accettabile che permette l’allenamento a patto che non vi sia un peggioramento nelle 24 ore successive; 6–10/10, livello indicativo di carico eccessivo che richiede una riduzione immediata dell’intensità. Il modello stabilisce inoltre che il dolore nelle 24 ore successive non deve aumentare di oltre 2 punti sulla NPRS, fornendo così una guida precisa per il dosaggio del carico durante la riabilitazione.
Un altro cardine della valutazione è il London Royal Hospital Test, nella versione descritta da Maffulli (2017). Il test viene eseguito palpando il polo inferiore della rotula con il ginocchio esteso, condizione nella quale il dolore tipico tende ad essere presente, e successivamente con il ginocchio flesso a 90°. Il test è considerato positivo quando il dolore si riduce o scompare con il ginocchio flesso, poiché la flessione modifica la tensione del tendine e riduce la pressione sull’inserzione, distinguendo così il dolore tendineo da quello proveniente da altre strutture come il corpo di Hoffa o le borse infrapatellari.
Accanto ai test a basso carico, sono fondamentali i test ad alto carico nella valutazione del ritorno allo sport. Tra questi, l’atterraggio da caduta controllata (drop landing) rappresenta il più significativo perché riproduce i carichi tipici della pallavolo e permette di valutare la risposta del tendine durante impatti ad alta richiesta elastica come attacco e muro (Janssen et al., 2016).
La valutazione deve includere anche test di flessibilità e mobilità delle catene muscolari correlate. Il Thomas Test permette di valutare la flessibilità dell’ileopsoas e del quadricipite, rivelandosi utile poiché rigidità in tali muscoli rappresenta un fattore di rischio noto per la PT (van der Worp, 2011). Lo Straight Leg Raise (SLR) consente invece la valutazione della tensione degli ischiocrurali, che possono influenzare la biomeccanica di ginocchio e anca. Infine, strumenti soggettivi come il VISA-P, scala validata specifica per la tendinopatia rotulea (Maffulli et al., 2008), permettono di monitorare dolore, funzione e capacità sportiva, con punteggi più elevati correlati a una migliore condizione clinica.
Aspetti Psicologici
Negli ultimi anni, crescente attenzione è stata rivolta agli aspetti psicologici della tendinopatia, come la kinesiofobia e la catastrofizzazione, spesso presenti negli atleti con PT persistente. Studi recenti (Mest et al., 2025) dimostrano che tali fattori psicosociali (evidenze più basse per la chinesiofobia) influenzano negativamente gli outcomes riabilitativi, riducendo la capacità di adattamento al carico e ritardando il ritorno allo sport. L’educazione del paziente, la gestione graduale dell’esposizione al carico e la comunicazione terapeutica diventano quindi elementi centrali della presa in carico.
Trattamento Conservativo
Il trattamento conservativo rappresenta la strategia di prima linea e si basa su tre pilastri fondamentali: lo sviluppo della tolleranza al carico, l’educazione del paziente e la riduzione del dolore. Il programma Heavy Slow Resistance (HSR) proposto da Kongsgaard (2009) e approfondito da Beyer (2015) ha mostrato grande efficacia sia nella riduzione del dolore sia nel miglioramento della funzione, grazie all’utilizzo di esercizi eseguiti con carichi elevati e tempo sotto tensione controllato, come squat, hack squat e leg press. Un contributo significativo proviene inoltre dallo studio di Breda et al. (2021), che ha introdotto il Progressive Tendon-Loading Exercise (PTLE). Questo protocollo, sviluppato in quattro fasi (isometrica, isotonica-HSR, pliometrica e sport-specifica), si è dimostrato superiore rispetto ai programmi puramente eccentrici o isometrici dopo 24 settimane, garantendo un ritorno allo sport più sicuro e specifico per le richieste della pallavolo.
Conclusione
In conclusione, la gestione efficace della tendinopatia rotulea nel volley richiede una diagnosi clinica precisa e una valutazione completa che integri aspetti biomeccanici, neurofisiologici e psicosociali. È fondamentale utilizzare test e strumenti validati, come il Single-Leg Decline Squat, la scala NPRS e il questionario VISA-P, insieme all’applicazione di protocolli riabilitativi aggiornati, tra cui l’HSR e il PTLE. L’approccio terapeutico deve essere graduale, monitorato e centrato sull’atleta, con particolare attenzione alla percezione del dolore e alla gestione del carico. L’integrazione di esercizio progressivo, educazione, controllo continuo dei sintomi e valutazioni funzionali rappresenta oggi la best practice per garantire un ritorno allo sport sicuro, efficace e con un ridotto rischio di recidiva.
