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Distorsione laterale di caviglia: epidemiologia, valutazione clinica e gestione evidence-based nella prevenzione dell’instabilità cronica

a woman standing in front of a gym

Pascal Laricchiuta

silhouette of three women running on grey concrete road

La distorsione laterale di caviglia (Lateral Ankle Sprain, LAS) è definita come un infortunio traumatico acuto del complesso capsulo-legamentoso laterale conseguente a un movimento di inversione eccessiva o a una combinazione di flessione plantare e adduzione, che determina dolore, limitazione funzionale e disabilità (Delhaunt, 2010; Gribble, 2014). Il meccanismo lesionale tipico consiste in una improvvisa e rapida inversione associata a rotazione interna del piede e della caviglia in carico (Fong, 2009; Mok, 2011; Terada, 2015; Skazalski, 2018).

Dal punto di vista epidemiologico, la LAS rappresenta uno degli infortuni muscoloscheletrici più frequenti nella popolazione generale e negli sportivi (Hertel, 2002; Lynch, 1999). In circa il 34% degli sport analizzati costituisce l’infortunio più comune, mentre circa il 40% delle lesioni traumatiche alla caviglia si verifica durante l’attività sportiva (Doherty, 2014). Studi epidemiologici riportano che fino al 45% degli infortuni sportivi coinvolge la caviglia (Fong, 2007; Ferran, 2006). Inoltre, circa l’85% delle distorsioni interessa il complesso legamentoso laterale, con una stima di circa 7 episodi per stagione in una squadra di 25 atleti e un tempo medio di assenza compreso tra 16 e 24 giorni, fino a 28 nei casi più gravi (Ferran, 2006; Cloke, 2011; Walden, 2013; Ekstrand, 2011; D’Hooghe, 2020).

Dal punto di vista anatomico, le strutture maggiormente coinvolte sono i legamenti laterali della caviglia. In particolare, nel 66–83% dei casi si osserva una lesione isolata del legamento peroneo-astragalico anteriore (ATFL), nel 20–41% dei casi una lesione combinata dell’ATFL e del legamento peroneo-calcaneare (CFL), mentre il coinvolgimento del legamento peroneo-astragalico posteriore (PTFL) è raro e si verifica in circa il 5% dei pazienti, spesso in associazione a lussazioni (Woods, 2003; Fong, 2007; Khor, 2013).

La valutazione clinica della LAS si basa principalmente sull’anamnesi e sull’esame obiettivo. La comprensione del meccanismo lesionale è fondamentale per identificare le strutture coinvolte, mentre la raccolta dati e l’esame clinico, comprensivo di ispezione, palpazione, valutazione della capacità di carico e test funzionali, risultano generalmente sufficienti per la diagnosi (Kucera, 2016; Tyler, 2006). Un passaggio fondamentale è rappresentato dall’esclusione di fratture mediante l’utilizzo delle Ottawa Ankle Rules, che presentano un’elevata sensibilità (98%) e una specificità del 32% (Bachmann, 2003). Tra i test clinici, l’anterior drawer test rappresenta il test più sensibile per la valutazione del legamento peroneo-astragalico anteriore, con valori di sensibilità compresi tra il 73% e il 96% e specificità tra l’84% e il 97% (van Dijk, 1996; Delahunt, 2018; Krips, 2006), mentre il talar tilt test è utilizzato per la valutazione del legamento peroneo-calcaneare (Vela, 2003). L’accuratezza diagnostica risulta maggiore se la valutazione clinica viene effettuata a distanza di 4–5 giorni dal trauma (van de Bekerom, 2013; van Dijk, 1996; Lyn, 2013).

Per quanto riguarda il trattamento, le evidenze disponibili indicano che il tradizionale protocollo RICE (Rest, Ice, Compression, Elevation) presenta prove limitate di efficacia. In particolare, non vi sono evidenze sufficienti per determinare l’efficacia complessiva di tale approccio (van den Bekerom et al.). La crioterapia, se utilizzata isolatamente, non sembra migliorare dolore, gonfiore o funzionalità (Bleakley, 2004; Coté, 1988; Airaksinen, 1990; Rucinski, 1991; Tsang, 2003; Bleakley, 2006), mentre la combinazione con esercizio terapeutico può determinare miglioramenti funzionali nel breve termine (Bleakley, 2010). Le evidenze relative alla compressione risultano inconcludenti (Airaksinen, 1990; Rucinski, 1991; Tsang, 2003; Borra, 2020), mentre l’elevazione è supportata principalmente da opinioni di esperti e può essere utile per il controllo del dolore nelle fasi iniziali (Roosen, 2013; van den Bekerom, 2013).

L’approccio contemporaneo al trattamento si basa sul principio del carico meccanico progressivo e dell’attività precoce. Lunghi periodi di immobilizzazione sono associati a effetti negativi sulla biomeccanica e sulla morfologia dei tessuti, mentre il carico progressivo favorisce il recupero delle proprietà del tessuto collagene (Bring, 2009; Martinez, 2007). In questo contesto, il concetto di POLICE (Protection, Optimal Loading, Ice, Compression, Elevation) ha progressivamente sostituito il RICE (Bleakley, 2012), così come il modello PEACE & LOVE è stato proposto come aggiornamento concettuale (Dubois, 2020).

L’esercizio terapeutico rappresenta il cardine della riabilitazione. Le alterazioni delle funzioni propriocettive e neuromuscolari successive al trauma sono attribuite alla lesione dei meccanocettori articolari e legamentosi (Friden, 2001; Schultz, 1984), con conseguenti deficit nel controllo posturale e nella forza (Henriksson, 2001; Wojtys, 2000). L’obiettivo della riabilitazione è quindi migliorare mobilità, forza e funzioni sensomotorie. La letteratura evidenzia che un programma di esercizio precoce è associato a una riduzione delle recidive (RR 0,62; IC 95% 0,51–0,76), a una riduzione del rischio di sviluppare CAI (RR 0,80; IC 95% 0,64–1,00) e a un recupero funzionale più rapido con migliori outcome (Zech, 2009; van der Wees, 2006; Bleakley, 2008; Postle, 2012; van Rijn, 2010; Hultman, 2010; Ismail, 2010).

La terapia manuale può essere utilizzata come complemento all’esercizio terapeutico, contribuendo al miglioramento del range di movimento, in particolare della dorsiflessione, e della funzionalità. Le limitazioni in dorsiflessione sono comuni dopo LAS e spesso associate a una riduzione dello scivolamento posteriore dell’astragalo (Denegar, 2002; Yang, 2002; Rockar, 1995; Loudon, 2014; Kosik, 2016). Le tecniche di mobilizzazione articolare e manipolazione risultano più efficaci se inserite in un approccio multimodale (Br J Sports Med, 2014), mentre le tecniche di mobilizzazione con movimento (MWM) determinano un miglioramento immediato della dorsiflessione senza effetti significativi sul dolore (Collins, 2004; Vicenzino, 2006).

L’utilizzo di supporti esterni rappresenta un’altra componente importante del trattamento. L’impiego di tutori per 4–6 settimane è preferibile rispetto all’immobilizzazione rigida, in quanto consente un carico protetto dei tessuti (Vuurberg, 2018; Kerkhoffs, 2002; Naeem, 2015). Il carico precoce associato a supporto funzionale risulta superiore all’immobilizzazione nella maggior parte dei casi (Jones, 2007; Kerkhoffs, 2002). Inoltre, l’utilizzo di tutori e taping è associato a una riduzione del rischio di recidive fino al 70% e a una riduzione significativa del rischio di nuove distorsioni (Dizon, 2010; Verhagen, 2000; Kerkhoffs, 2002; Wilson, 2015). Tuttavia, l’efficacia del kinesiotape non è supportata da evidenze solide e non mostra benefici significativi su equilibrio, funzionalità o performance (Nunes, 2021).

Gli interventi passivi quali ultrasuoni, laser ed elettroterapia non migliorano gli outcome clinici e non sono raccomandati nel trattamento della LAS (Kerkhoffs, 2012; Roosen, 2013; Martin, 2013).

Per quanto riguarda la prevenzione, il training neuromuscolare e propriocettivo ha dimostrato un effetto positivo nella riduzione delle recidive, soprattutto negli atleti (Verhagen, 2000; Hupperets, 2009; Emery, 2005; Bleakley, 2008; Taylor, 2015), mentre le evidenze per la prevenzione del primo episodio risultano limitate (McGuine, 2006; Verhagen, 2004; Schiftan, 2015; Cumps, 2007).

Infine, il ritorno allo sport deve basarsi sul recupero completo del range di movimento, della forza e della capacità di eseguire attività sport-specifiche senza dolore (Hubbard, 2008). Tuttavia, è stato osservato che il 90% degli atleti ritorna all’attività entro 7 giorni, un tempo significativamente inferiore rispetto alle 6–12 settimane necessarie per la guarigione biologica del legamento, con conseguente aumento del rischio di recidiva (McKeon, 2014; van Rijn, 2008).

È stato riportato che il rischio di un nuovo infortunio raddoppia nel primo anno successivo alla lesione iniziale (Verhagen, 2004-2005), mentre la percentuale di recidiva complessiva varia tra il 30% e il 40% (van Rijn, 2008). Inoltre, tra il 32% e il 74% dei soggetti con una precedente distorsione presenta deficit persistenti di tipo meccanico, neuromuscolare e funzionale anche dopo la guarigione dei tessuti (Harnold, 2009). Questi fattori contribuiscono allo sviluppo della Chronic Ankle Instability (CAI), condizione che può interessare fino al 40% dei pazienti (van Rijn, 2008; Hershkovich, 2015; Gribble, 2016). È stato inoltre riportato che fino al 73% dei soggetti può sperimentare episodi ricorrenti e il 59% disabilità a lungo termine (Yeung, 1994).


L’instabilità cronica di caviglia rappresenta una delle condizioni più frequentemente riscontrate nella pratica sportiva, in particolare tra gli atleti impegnati in discipline caratterizzate da salti, atterraggi e rapidi cambi di direzione (Fong et al., 2007). In questo contesto, la pallavolo, per la sua natura esplosiva e per l’elevato numero di gesti tecnici che coinvolgono la catena cinetica inferiore, costituisce un ambito di particolare interesse nell’analisi dei fattori predisponenti, delle conseguenze funzionali e delle strategie preventive e terapeutiche (Doherty et al., 2014; Clanton et al., 2012). Le distorsioni laterali di caviglia rappresentano infatti una delle principali cause di assenza dall’attività sportiva in queste discipline e, nonostante l’evento acuto venga spesso sottovalutato, una quota significativa di atleti evolve verso quadri persistenti o recidivanti compatibili con CAI (Hertel et al., 2014). Secondo la definizione dell’International Ankle Consortium, la CAI è caratterizzata da una storia di distorsione significativa associata a episodi ricorrenti di instabilità, sintomi persistenti e limitazioni funzionali che perdurano oltre i 12 mesi dall’evento iniziale. Tale condizione è il risultato di un’interazione complessa tra alterazioni meccaniche, neuromuscolari e psicologiche, che contribuiscono ad aumentare il rischio di recidiva e a compromettere la performance sportiva. In particolare, nei giovani pallavolisti, la presenza di CAI può interferire con lo sviluppo tecnico-motorio, limitando la capacità di salto, l’efficienza negli atterraggi e la stabilità nelle fasi di gioco. In questo contesto, la valutazione funzionale assume un ruolo centrale per identificare deficit residui e guidare il processo riabilitativo. Tra gli strumenti più affidabili, il Weight-Bearing Lunge Test (WBLT) consente di misurare la dorsiflessione tibio-tarsica in carico, parametro frequentemente ridotto nei soggetti con CAI e associato a pattern di atterraggio alterati (Hoch et al., 2014; Powden et al., 2015). Il test presenta un’elevata affidabilità intra- e inter-operatore (ICC 0.98–0.99) ed è considerato una misura clinicamente significativa della mobilità funzionale (Konor et al., 2012).                          

Accanto alla valutazione della mobilità, l’analisi del controllo neuromuscolare può essere effettuata mediante Y Balance Test (YBT), derivato dello Star Excursion Balance Test (SEBT), che consente di valutare l’equilibrio dinamico e la capacità di controllo dell’arto in appoggio in diverse direzioni. Una riduzione della performance in questo test è stata associata a un aumento del rischio di infortunio e alla presenza di instabilità cronica (Plisky et al., 2006; Gribble et al., 2012).  Ulteriori informazioni sulla funzione dell’arto inferiore possono essere ottenute attraverso test funzionali come il Side Hop Test e il Triple Hop Test, che permettono di valutare rispettivamente il controllo dinamico laterale, la resistenza e la capacità esplosiva dell’arto. Questi test si sono dimostrati utili nel discriminare soggetti con CAI rispetto a soggetti sani e nel monitorare il recupero funzionale (Yoshida et al., 2018). L’integrazione di tali strumenti consente una valutazione multidimensionale che include mobilità, equilibrio, forza e simmetria funzionale, elementi fondamentali nella prevenzione delle recidive. Negli ultimi anni, la letteratura ha messo in discussione l’efficacia dell’allenamento su superfici instabili come intervento isolato nel trattamento della CAI. Sebbene tali esercizi possano migliorare alcuni parametri di equilibrio, essi non risultano sufficienti per migliorare la performance funzionale complessa, suggerendo la necessità di “integrarli” all’interno di programmi più ampi che includano esercizi di forza, controllo neuromuscolare e task sport-specifici (Behm & Colado, 2012).                                                                                                  

In conclusione, la distorsione laterale di caviglia rappresenta una condizione ad alta incidenza e rilevante impatto clinico. Le evidenze suggeriscono che un approccio riabilitativo attivo, basato su carico precoce, esercizio terapeutico e strategie multimodali, rappresenta il gold standard per il trattamento. Una gestione adeguata è fondamentale per ridurre il rischio di recidive, prevenire lo sviluppo di instabilità cronica e migliorare gli outcome a lungo termine.